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D/Visual: l'amara analisi di Federico Colpi Data news: 09/09/08

Dal sito ufficiale D/Visual:

Un saluto a tutti coloro che sono tornati dalle vacanze, e anche a coloro che invece in vacanza non ci sono potuti andare (e ai quali auguriamo di riuscire a rifarsi al più presto!).

Qui a d/visual ci siamo impegnati febbrilmente per preparare un autunno ricchissimo di novità, sfidando l'avversità degli elementi in una Tokyo dal clima tropicale, con tanto di alluvioni e allagamenti quasi quotidiani, e soprattutto l'avversità di un mercato sempre più inintellegibile.

Così, ogni incontro con gli altri editori oppure occasioni di festa come il premio annuale dei manga indetto dal Ministero degli Esteri nipponico, diventano solo tristi appuntamenti in cui editori che fino a qualche anno fa si vantavano di raggiungere vendite inimmaginabili in qualsiasi altro paese del mondo ora si tastano il polso a vicenda e si scambiano sguardi apprensivi e costernati, quasi a voler fare un conto alla rovescia di chi l'anno prossimo ci sarà ancora e chi invece non ci sarà più.

L'aumento del petrolio e il conseguente aumento della carta, combinati a un crollo delle vendite, stanno mettendo in ginocchio l'industria del manga: Shueisha, Shogakkan e Kodansha che annunciano l'una dopo l'altra la chiusura di testate importanti ("Jump" mensile, "Young Sunday", "Magazine Z"...); periodici che cercano di reinventarsi dandosi una nuova veste grafica ("Jump SQ" di Shueisha, che ha fatto gridare al miracolo quando il primo numero, aiutato da una splendida copertina, è arrivato ristampa dopo ristampa a 600.000 copie, per poi tornare vittima dell'indifferenza del grande pubblico dopo meno di un anno); profeti che annunciano una rivoluzione che porterà i manga a diventare prodotto da leggere solo sui telefonini, ma il cui ottimismo non viene ancora confortato dai dati...

Cosa sta succedendo ai manga? Non ci vuole molto per capirlo: basta entrare in un treno, i famosi treni giapponesi dove una quindicina d'anni fa tutti, bambini e adulti, adolescenti e massaie, passavano il tempo leggendo riviste di manga, che si accumulavano poi a centinaia nei cestini dell'immondizia delle stazioni. Oggi è raro vedere anche una sola persona per vagone con un manga in mano, e quella persona è quasi sempre un impiegato trentenne o quarantenne, della generazione cresciuta quando "Jump" accoglieva nelle sue pagine sempreverdi come Ken il Guerriero e City Hunter, I Cavalieri dello Zodiaco e Kinnikuman, Dragon Ball e Orange Road; le riviste Shogakukan regalavano sussulti d'amore con Mitsuru Adachi e Rumiko Takahashi e quelle Kodansha affascinavano i più "duri" con Be-bop Highschool, Shonan Jun'aigumi, Kotaro, Vino di Zucca o Akira.

Cos'è rimasto di quell'epoca? Praticamente nulla. Chi vuole leggere oggi questi classici ha numerose scelte: andare in uno dei "Mangakissa" (manga-bar) disseminati ovunque e leggersi gratis tutti i manga che vuole mentre si gusta una coca ghiacciata e naviga per internet disteso su una comoda poltrona che gli massaggia la schiena; oppure in un "Book-off", dove può comprare a 105 yen manga che dal libraio di fianco sono in vendita a 500 o 600 yen, per poi tornare a rivenderli, generando un ciclo in base al quale un solo volume viene letto da decine o centinaia di persone che fino a dieci anni fa compravano una copia a testa. Le librerie? Stanno scomparendo. I "conbini", i famosi supermercati aperti 24 ore su 24 che con le loro vendite statosferiche fino a qualche anno fa decidevano le sorti di un fumetto? Non ospitano più manga. O meglio, potete trovarci solo versioni ultraeconomiche dei grandi classici, oppure manga di autori sconosciuti che raccontano le scappatelle notturne della cantante X, gli scandali nascosti del politico Y o le tendenze sessuali dell'atleta Z; fumettacci destinati a scomparire dal mercato dopo un paio di settimane e che in un altro paese farebbero fioccare denunce milionarie per diffamazione.

Oppure basta andare sul web o sui siti di manga per cellulari, quello che viene chiamato il "futuro del manga". Con un solo problema: se un manga sul web costa 100 o 200 yen, è comunque ancora troppo per invogliare un pubblico che può tranquillamente andarsene nei manga kissa o nei Book-off a leggerseli per molto meno.

Il pubblico si allontana dai manga? Non c'è da sorprendersi. Una ricerca effettuata su un campione di studenti dei licei di Tokyo ha dimostrato che il 68% non ha MAI comprato un manga in libreria, preferendo appunto leggerli gratis nei manga kissa o comprarli usati per poi rivenderli. Un'altra, fatta da uno dei più autorevoli quotidiani giapponesi, ha dimostrato che un buon 46% della popolazione giapponese non ritiene più necessario che un libro sia stampato su carta. Non lo nascondiamo: anche noi troviamo molto più comodo inserire centinaia di romanzi nel nostro cellulare o nell'iPod e leggerceli in treno o durante le pause pranzo, piuttosto che portarci dietro decine di pesanti - e costosi - volumi. Sicuramente ne gioiscono anche le ferrovie, che si ritrovano a ospitare passeggeri molto più leggeri e meno "ingombranti" di qualche anno fa.

Sono dunque cambiati i gusti del pubblico? Diciamo che sono cambiate le modalità: è vero che gli studenti che si ritrovano a spendere ogni mese decine di migliaia di yen in bollette telefoniche e nei "must-items" del momento, che siano la borsa firmata o l'iPhone, non hanno più gli spiccioli per comprarsi i manga. Ma il problema principale risiede nella semplicissima logica del mercato: perchè pagare il costo di un pranzo per un libro che forse leggerai una sola volta in vita tua, quando puoi leggerlo gratis in un bar o comprarlo usato per qualche decina di yen?

E questa semplice legge economica verrà a far cadere, secondo noi, anche l'ultimo baluardo a cui oggi si aggrappano disperatamente gli editori giapponesi: i manga per telefonino. Teoricamente ottimi: addio a distributori e negozianti che si mangiano metà del tuo guadagno d'editore; addio anche a stampatori e cartiere che, con i loro aumenti continui, ultimamente arrivano a prendersi gran parte della meta' rimanente.

Nella pratica? Sinceramente, leggere un manga su un cellulare non è certo l'esperienza più appassionante che ci sia capitata. Se consideriamo che la caratteristica principale del manga, in rapporto ai fumetti degli altri paesi, èquella di avere una struttura molto libera delle vignette, ci rendiamo facilmente conto che lo schermo rettangolare di un cellulare non è certo il mezzo di riproduzione più adeguato.

Hai un iPhone o un iPod Touch? Gli schermi, più grandi e "zoomabili", consentono una "reading experience" più vicina a quella di un fumetto vero, ma allora sorge spontanea la domanda: perchè non comprarti proprio IL fumetto vero, se ti costa pure meno?

Ma la vera ragione di questa crisi del manga (che si ripercuote naturalmente anche negli anime, genere che per anni ha fagocitato i fumetti più importanti e che in cinquant'anni ha saputo fare ben poco in termini di sviluppo di personaggi originali e di strategie a lungo termine) probabilmente sta più dalla parte di chi i manga "li fa" che non da quella di chi "li legge".

Quelli di voi che si ritrovano già con qualche capello bianco si ricorderanno forse di una serie di interviste che il sottoscritto ha fatto diciotto anni fa per "Mangazine". Cosa raccontavano quasi quattro lustri or sono protagonisti come Shingo Araki o i responsabili della Toei Animation? Che a fare cartoni animati ci si guadagna meno che a lavorare part-time in un supermercato e che quindi gli autori preferiscono lasciare l'ambiente per entrare nel mondo piu' redditizio dei videogames o della grafica pubblicitaria. Guardate un certo Takashi Murakami che ha capito subito l'aria che tirava e che oggi vende a mezzo milione di euro un disegno che uno studio di animazione gli pagherebbe quanto un pacchetto di caramelle. Toei ci spiegava invece come ormai i cartoni "giapponesi" fossero fatti nelle Filippine e che probabilmente qualche anno dopo sarebbero stati fatti in Africa. A quanto ne sappiamo, in Nigeria gli anime non li fanno ancora (visto che in Cina c'è chi si accontenta di stipendi di 40 euro al mese), ma già ci fanno authoring ed editing.

E il mondo dei manga non è molto diverso: ci sono migliaia di autori in tutto il Giappone che a fatica riescono a permettersi due pasti al giorno; poi ci sono quelle poche decine che hanno un paio di Testarossa in garage o un cinema personale nel sottinterrato di casa. Fino a qualche anno fa, le migliaia di "poveracci" non desistevano solo perchè speravano che un giorno sarebbero entrati anche loro nell'olimpo dei mangaka e, soprattutto, perché amavano il proprio lavoro; ora chi ama disegnare ha centomila possibilità molto più appaganti.

Risultato? Così come già è avvenuto negli anime nel corso dell'ultimo ventennio, anche nei manga i "nuovi talenti" sono sempre meno numerosi. D'altronde, che idea può farsi del manga-business un aspirante fumettista che viene a sapere che Makoto Raiku, autore che ha generato al proprio editore entrate per centinaia di milioni, viene pagato qualche decina di euro a tavola (circa 100 per quelle a colori) e che ha dovuto denunciare Shogakukan quando questa si è rifiutata di pagargli 1500 (1500!!) euro per cinque tavole che aveva perduto? Se, dopo aver venduto decine di milioni di copie, ti ritrovi in tribunale per avere 1500 euro, meglio diventare grafico pubblicitario, dove quella cifra la guadagni con un depliant disegnato in un paio di giorni.

In altre parole, i lettori giapponesi abbandonano i manga non solo perché hanno altre priorità di spesa, ma anche perché, dopo Dragon Ball e Sailor Moon, autori ed editori non sono più riusciti a creare dei veri successi. Certo, ci sono le decine di titoli prodotti a tavolino, come si fa con le pozioni: mettiamoci un po' d'azione alla Dragon Ball, un po' d'arti marziali alla Ken il Guerriero, qualche minigonna alla Sailor Moon, un pizzico d'oriente che è quello che i lettori occidentali vogliono, e abbiamo un fumetto che vende. Purtroppo (o per fortuna, dal nostro punto di vista) i lettori si sono anche fatti più smaliziati e cominciano a mostrare la loro insofferenza verso personaggi che nascono più da progetti di marketing che non dalle idee dei loro creatori. Si salverà l'industria del manga e dell'animazione in Giappone? Boh, non è compito nostro andare alla ricerca di una soluzione.

E all'estero cosa succede? Basta guardarsi attorno: in America, editori che hanno contribuito a creare il mercato di manga e anime chiudono i battenti o si sottopongono a radicali cure di dimagrimento (poco male: un buon 80% della robaccia che invade le fumetterie di metà mondo meriterebbe al massimo di finire sotto le gambe di qualche tavolo traballante); in Asia si preannunciano fallimenti a catena. E da noi in Europa? Dai dati che abbiamo non ci sembra che le cose vadano meglio: un editore francese che abbiamo incontrato qualche mese fa ci raccontava con soddisfazione che i titoli migliori gli vendevano mediamente sulle 800 copie, ma che riusciva a tirare avanti grazie al suo titolo di punta che arrivava a tremila pezzi. Un altro editore europeo ci ha contattati perché voleva che un nostro autore disegnasse per la loro rivista di manga che "è leader nazionale del settore in quanto vende 2400 copie al mese". Sembra di parlare degli inviti a una festa più che delle tirature di un libro.

Il problema dei manga fuori dal Giappone è che, dopo anni in cui è stato un genere denigrato dai media, all'improvviso è diventato "cool": è diventato figo che persone che per anni hanno accusato manga e anime di essere prodotti commerciali e diseducativi fatti al computer cominciassero a discutere di Shirow, Otomo o Miyazaki; personaggi come Dragon Ball o Pokemon hanno ricreato successi planetari a livello di quello che trent'anni or sono fu Goldrake. Si è creato il mito che "il manga vende". Ma cosa c'è di vero in quel mito?

Basta farsi una semplice domanda per capirlo: perché giganti come Warner, Paramount, Fox, Universal o Sony non hanno investito miliardi negli anime, se davvero hanno tanto successo? E perché i manga non sono pubblicati da Mondadori o RCS, ma da altri editori e editorucoli (ci inseriamo anche noi nella lista) che lo fanno o per passione o perché hanno alle spalle altre attività da sostenere o che - al contrario - consentono loro di prendere dei rischi in un settore poco redditizio?
Semplice: perché, a parte qualche raro Successo con la S maiuscola (Pokemon, Dragon Ball...) i manga (e gli anime) non sono in grado di sviluppare un giro d'affari tale da interessare le multinazionali.

PolyGram (oggi Universal) si è liberata del settore anime appena ha potuto, scacciando malamente la mente di quello che, guarda caso, viene ritenuto uno dei simboli del successo commerciale degli anime, Ghost in the Shell; a BMG sono bastati due titoli per decidere di uscire dal mercato; Warner Home Video ha cassato sul nascere i suoi piani d'invasione mondiale attraverso gli anime; Fox ha preferito ritirare i suoi investimenti dal mercato giapponese appena ha capito l'aria che tirava; Sony si ritrova con qualche titolo in saccoccia per ragioni "geografiche" (è l'unica giapponese della lista), ma non si può certo dire che in tutti questi anni abbia dato vita a sfolgoranti piani di marketing per i suoi film d'animazione.

In altre parole, nonostante tutto il chiasso e l'entusiasmo del momento, i manga e gli anime sono quello che sono sempre stati fuori dal Giappone: un prodotto di nicchia, che spesso il pubblico confonde con delle macchine per far soldi, immaginandosi editori che navigano nell'oro e indignandosi se un manga che vende 3000 pezzi costa più di un fumetto Bonelli che vende cento volte tanto.

Si salverà l'industria del manga e dell'animazione fuori dal Giappone? Boh. Noi continuiamo sulla nostra strada, selezionando solo le grandi opere, proponendole in edizione di elevata qualità e "tastando il polso" alle nuove tendenze del manga con la nostra collana "Vanguard". Dunque, non perdetevi i succosi aggiornamenti di questa settimana sulle nuove uscite in arrivo!





 
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